Tamponi e isolamento: l’Italia contro le evidenze scientifiche – nel 2° lockdown siamo già dentro, ma senza aiuti finanziari

tamponi e isolamento

Mentre il tema del Covid-19 continua a tenere banco, con tutti i rischi di una politicizzazione della vicenda che si rende sempre più palese, l’attenzione sembra focalizzata tra rintracciamento di casi positivi – per la gran parte asintomatici o interessati da forme lievi di malattia – e potenziali rischi legati a tali scoperte.

Così, se da un lato si ignora quasi totalmente la questione dell’endemizzazione del virus – tant’è che molti parlano ancora di “pandemia” – dall’altro non ci si rende conto di quel vero e proprio “calvario” anti-scientifico che debbono affrontare i positivi al tampone.

Infatti, dopo che un test ha segnalato la “positività” al povero infettato che, spesso, stando in perfetta salute, non sapeva neanche di essere entrato in contatto con il virus, bisogna affrontare l’isolamento e la quarantena.

Tale provvedimento sanitario, com’è noto, è finalizzato ad evitare che l’infezione venga trasmessa ad altre persone, e, comportando una limitazione molto pesante alla vita del singolo, deve durare il tempo strettamente necessario.

Il problema è che in Italia questo non avviene, e le persone vengono tenute in isolamento per settimane, pur essendo sane, guarite e comunque non più in grado di infettare nessuno.

Infatti il nostro Paese, contrariamente alle indicazioni dell’OMS e di quanto avviene in quasi tutti gli Stati d’Europa e del mondo, ha scelto di rimanere ancorato al vecchio criterio del c.d. doppio tampone negativo.

In altri termini in Italia un paziente affetto da COVID-19, sintomatico o no, resta, dal punto di vista medico e da quello giuridico, considerato ufficialmente un vero e proprio malato, qualificato per di più come contagioso finché per due volte consecutive l’analisi del tampone nasofaringeo non dia esito negativo.

PROBLEMI DI MAL DI SCHIENA ?

Questa doppia negatività, però, può risultare persino dopo mesi: il che rende evidente il peso enorme che una persona è costretta inutilmente a sopportare per una scelta di politica ”sanitaria” completamente sbagliata o, comunque, davvero sproporzionata.

Infatti, in base alla crescente e consolidata evidenza scientifica, il periodo di contagiosità si limita in realtà ai primi giorni:  come sottolinea da diverso tempo il Dott. Paolo Spada, Clinical Professor presso Humanitas University  e grande esperto di “numeri” legati al Covid-19, una prolungata positività all’esame del tampone identifica infatti solo eventuali tracce di materiale genetico virale, non virus integro, attivo, in replicazione, capace cioè di trasmettere l’infezione.

In pratica, più o meno dal momento in cui si manifestano i sintomi, si resta contagiosi per un breve periodo di alcuni giorni, che, per sicurezza, l’OMS ha quantificato in dieci. Superato tale tempo, non si è più contagiosi.

Il problema è che il c.d. doppio tampone, rimanendo a volte positivo assai più a lungo, fornisce un’informazione scientifica che non corrisponde alla contagiosità, ma, sia pur in un numero non grandissimo di casi , può semmai andare a rilevare mere tracce di RNA virale per molte settimane o persino mesi.

Il tampone, cioè, dopo i famosi dieci giorni, non va a rilevare virus attivo in grado di replicarsi e, quindi, di infettare.

Si comprende dunque come sia illogico, immotivato, scientificamente infondato e giuridicamente illegittimo costringere all’isolamento centinaia di persone fino all’esito del secondo tampone negativo.

Questa è la ragione per cui quasi tutto il mondo, tranne ripetiamo l’Italia, ha adottato il criterio clinico dei 10 giorni e ha abbandonato da tempo l’uso del tampone per sancire la guarigione del paziente: i pazienti che hanno sviluppato i sintomi della malattia, dai più lievi ai più pesanti (febbre, tosse, difficoltà respiratorie, etc…) possono interrompere l’isolamento dopo dieci giorni dall’inizio dei sintomi più altri tre senza più sintomi. Gli asintomatici, invece, possono lasciare l’isolamento domiciliare direttamente dieci giorni dopo la diagnosi di positività.

CARTA PREPAGATA NON PIGNORABILE

E che dire del sierologico? Siccome gli anticorpi si formano, com’è noto, da una maturazione delle cellule B, e richiedono più di una settimana di tempo, va da sé che il test sierologico non è in grado di fornire indicazioni su una malattia attiva, ma, semmai, confermare un’avvenuta guarigione.

In altri termini, se si è negativi al sierologico è possibile che la malattia sia ancora in corso perché gli anticorpi non sono ancora formati, mentre se si è positivi, vorrebbe dire che il virus è già stato messo fuori gioco. Ragion per cui eseguire un sierologico con lo scopo di individuare i portatori di virus attivo non ha senso.

Vi sarebbe poi la complessa questione legata ai linfociti T, e a tutte le persone che sono venute in contatto con il virus e ne hanno debellato la presenza per reazione immunitaria crociata, e di cui nulla sappiamo, mentre la ricerca scientifica sta cercando di indagare su questo aspetto che parrebbe essere fondamentale.

Certo è che le linee guida dell’OMS in tema di guarigione, oggi basate su evidenzia scientifica ampia e su scala mondiale, prevedono il criterio clinico-temporale e, tale criterio è stato adottato, oltre che dai Paesi europei, anche dagli USA.

Tant’è che di recente il Journal of the American Medical Association ha pubblicato un grafico che consente di afferrare visivamente la questione: la linea rossa indica la contagiosità, mentre quella azzurra la PCR che viene fatta sul tampone. La differenza è abissale, è scientificamente provata, e non può essere taciuta.

Vi sono in gioco la verità, la razionalità, e quindi la vita e la libertà delle persone, che non possono essere costrette ad un estenuante isolamento senza motivo. Con il rischio concreto che, se i criteri non dovessero essere da subito cambiati, la gente nasconda i sintomi proprio per il terrore di rimanere in trappola per mesi durante il prossimo autunno.

Non solo: il mero criterio del “tampone”, scevro da ogni evidenza clinica, non consente di distinguere tra guariti  – e quindi incapaci di infettare –  e malati (asintomatici o non). Si pensi, per comprendere la questione, ai test effettuati in un aereoporto: se il tampone  risulta positivo, come facciamo a sapere se quella persona è ancora nella fase di guarigione, o invece ciò che si palesa alle analisi è solo materiale virale ormai “spento”?

Ecco perché occorre rimettere razionalità ed ordine al centro degli interventi, al fine di tutelare davvero la salute come bene in sé, e non, come spesso si è fatto, identificandola o con la “libertà dal contagio” (rivendicata erroneamente da molti scambiandola per il vero diritto alla salute) o con un bene pubblico, ossia un bene privato dello Stato personalisticamente inteso.

Vogliamo continuare a fare errori? L’Italia vuole continuare ad agire contro l’evidenza e contro la realtà? A pensar male, verrebbe quasi da ipotizzare che questo allungamento dei tempi, in modo da continuare a registrare quali “malati” chiunque sia venuto in contatto con il virus, possa servire interessi che esulano dal campo prettamente epidemiologico e medico. Non sarà che c’entri ancora la famosa “politicizzazione” del Covid-19?

Fonte: loccidentale.it

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